Cercatori del regno dei cieli

Commento alla liturgia della Domenica a cura di Bruno Pennacchini XVII Domenica del tempo ordinario - anno A

Con le tre brevi parabole di oggi, Gesù continua l’annuncio del regno di Dio. Forse è il caso di chiarire che l’espressione “regno dei cieli” (Mt 13,44), in questo contesto, non significa “paradiso”; quello – per intenderci – di cui parla anche l’Apocalisse, quando dice che là non ci sarà più notte, né incertezza, né rifiuto, né pianto… (Ap 21,4). Qui l’espressione “regno dei cieli” fa riferimento al progressivo, faticoso, talvolta contraddittorio, ma ineluttabile realizzarsi del piano di Dio nella storia, verso la costruzione di un mondo di gratuità, di accoglienza, di fraternità. Esso è già presente nel mondo, ma solo come seme.

Simile alla spiga del grano, che è già tutta presente nel seme; ma prima il seme deve marcire nel terreno, trasformarsi in filo d’erba, continuare a crescere nel rischio e nell’incertezza del risultato. Il processo di crescita del “regno dei cieli” nella storia è iniziato quando il seme della Parola cadde sulla terra; noi, oggi, stiamo assistendo alla fase della crescita faticosa. È quanto dicevano le parabole che abbiamo ascoltato nelle scorse domeniche. Ricordate quello strano seminatore, che seminava lungo la strada, tra i sassi, tra i rovi e anche in terreno favorevole? E l’altro, che aveva seminato correttamente, ma che trovò erbacce fra le spighe? E poi quel microscopico granello di senapa, che a suo tempo diventò un albero?

Così, in un intreccio di enigmi, Gesù annunciava il Regno, nelle sue dinamiche storiche. Le due prime parabole di oggi hanno molti elementi in comune: in ambedue c’è un tesoro da ricercare, c’è un ricercatore, c’è una grande gioia nel trovare, ci sono dei grossi investimenti finanziari – per dirla in termini attuali -, infine c’è il possesso pieno. I due cercatori decidono di correre l’avventura della ricerca, perché sono convinti che esiste un tesoro da trovare, e che loro non hanno ancora trovato. La sua mancanza crea un vuoto nella loro vita, sebbene possiedano già abbondanza di beni.

La parabola pone a tutti noi una questione cruciale: c’è un vuoto nella tua vita? Ritieni che esista qualcuno o qualcosa che lo può riempire? Aspetti che qualcosa di importante cambi dentro di te? Se uno non avverte alcun vuoto dentro di sé, ma si accontenta del suo piccolo benessere borghese, non intraprenderà alcuna avventura. Penserà sempre: “Chi me lo fa fare? Tanto non cambia niente”. Del primo ricercatore la parabola sottolinea esplicitamente la gioia incontenibile che lo invade, alla scoperta che c’è un tesoro nascosto nel terreno. Questo lo spinge a correre l’avventura, a rischiare il tutto per tutto. Solo quella gioia lo rende capace di rischiare l’intero capitale per investirlo su quel terreno. È come quando uno si innamora; tutto il resto diventa insignificante. Allora egli è disposto a “sradicarsi” perfino dalla famiglia di origine, pur di entrare nel nuovo orizzonte, percepito come più grande e più bello.

La Bibbia, radice del pensiero cristiano, ne dà testimonianza: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si attaccherà alla sua donna e i due saranno una carne sola” (Gen 2,24). Paolo apostolo racconta l’esperienza del suo “strappo” nella lettera ai cristiani di Filippi (Fil 3,7-14). Dopo avere riassunto i vantaggi e la popolarità che gli procuravano l’origine schiettamente giudaica, l’attuale, brillante carriera, giura che tutto era diventato per lui spazzatura, di fronte all’esperienza potente della risurrezione di Gesù Cristo. L’avventura alla ricerca dell’essenziale non potrà mai essere corsa per dovere o per obbligo. È necessario che qualcosa di “violento” spinga da dentro. Ognuno corre là dove lo attrae qualcosa di irresistibile. Nessuno ce lo potrebbe imporre dall’esterno.

L’antico poeta latino la chiamò voluptas; sant’Agostino riprese l’espressione in contesto diverso, quando commentò quella parola di Gesù: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre…”; più recentemente quella forza interiore è stata chiamata “libido”. Che altro spingeva tutti i Paperoni di questo mondo a cercare l’oro nel mitico Klondike o giacimenti di petrolio nel Texas? Che cos’altro ha spinto Francesco d’Assisi a ignorare la gratificante eredità di suo padre e a denudarsi di fronte a tutti? Non fu un gesto eroico, ma una necessità profonda. Se non lo avesse fatto, forse non sarebbe sopravvissuto. Infine c’è il possesso. I due cercatori, dopo aver trovato quello che cercavano, ora lo “comprano”. Attenzione: il regno dei cieli non si compra nel senso che uno se lo guadagna con le opere buone, o simili. Il regno dei cieli non è sul mercato, e magari quotato in Borsa. Anche qui si deve sciogliere l’enigma: che cosa vuol dire, per la tua vita, comprare il tesoro che hai trovato?

AUTORE: Bruno Pennacchini Esegeta, già docente all'Ita di Assisi